G.A.J. Nervesa


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Duo Discus

I modelli > Alianti


La passione irrazionale che attrae tra loro gli essere umani, è simile all’entusiasmo che colpisce
improvvisamente l’appassionato dopo aver visto un certo oggetto. E' questo “sex appeal“ nell’accezione lata del termine, che ha contraddistinto il mio rapporto con questa fantastica macchina volante.

Luglio 1996, Austria, località Fiss.
Volo con il modello e con la mente a 2500 l.m., in vetta alle Alpi. Paesaggio eccezionale. Andate, la lunga trasferta vi ripagherà abbondantemente. La mia attenzione, ad un certo punto, è catalizzata da un modello dall’inusuale ed elegante pianta alare.

Decido immediatamente nel mio subconscio che prima o poi dovevo possedere un esemplare simile. Ed è lì che “l’attrazione fatale” nasce.

Attrazione che rinvigorisce quando all’Euromeeting dello stesso anno rivedo in mano al noto
Uwe Gewalt una semi riproduzione della stessa aerodina. Il lettore, a questo punto, si chiederà:”Ma a quale aliante ti riferisci?” Al Duo Discus prodotto dalla tedesca Schempp Hirth .

Solo un altro aliante gli è pari per bellezza (a mio modo di vedere) e cioè il Nimbus 4D della stessa casa.

Da quei giorni molto tempo è trascorso, altri modelli mi hanno coinvolto (non sono
monogamo) in quell’abbraccio d’emozioni che deve necessariamente sussistere per affrontare e portare acompimento un così lungo e travagliato impegno.

Senza, ogni progetto cadrebbe ben presto nell’oblio.

Dave Platt, noto costruttore di riproduzioni americano, sovente ha affermato:” Quando decidi
di costruire una riproduzione è preferibile che tu ne sia innamorato perché per lungo tempo ne sarai sposato!”.


Primavera 1999.

I tempi sono maturi; non ostante il tempo trascorso, l’impulso è ancora presente e il “fanciulletto” che è in me, per fortuna, non si è ancora chetato.
Il tempo tuttavia è tiranno, il lavoro non perdona e non ammette riserve, pertanto, non potendo fare altrimenti, ordinai il kit del modello.

Certo costruirlo da zero sarebbe stata l’apoteosi del vero modellista ma avrei impiegato come minimo due anni e compromesso irrimediabilmente le mie, a dir poco, incrinate “relazioni sociali”.

Non si può fare tutto. In attesa del kit, iniziai l’opera di ricerca della documentazione e d’alcuni componenti meccanici e elettronici.
Uno dei primi problemi fu di reperire il trittico e le foto degli interni del vero aliante.
I quattro esemplari presenti in Italia erano troppo lontani. Ritengo che una semi riproduzione di questo tipo perda molto del suo fascino senza un minimo “d’interno”.

Ben vengano gli “scimmiottamenti” così come sono stati definiti in un precedente scritto pubblicato su queste pagine. In questo caso la vituperata “somiglianza” non è ottenuta a discapito delle capacità volatorie del modello. Anzi. L’attività ludica, che caratterizza in parte il modellismo, può manifestarsi anche in questi aspetti. E’ tutto soggettivo.
Sempre alla ricerca di detta documentazione, per nulla convinto del risultato, contattai via e mail la casa costruttrice dell’aliante full size ottenendo invece, con mio stupore, immediata risposta e alcune belle foto degli interni. Casualmente, via Internet, ho conosciuto il gentilissimo americano Steve Dentz che mi ha aiutato a dipanare alcuni dubbi sulla costruzione di certi particolari visto che da poco tempo aveva completato la costruzione di un modello simile.

Nel mese di novembre 1999 ricevo il kit tanto atteso (apertura alare 6,70 ml, profilo HQ2,5/15, superficie alare 177 dmq, peso in ordine di volo circa 16 Kg, fusoliera Rosenthal baionetta tonda in fibra di vetro da 26 mm di diametro) e immediatamente iniziai la lunga, polverosa ed estenuante operazione di preparazione delle superfici visto che le stesse presentavano delle fastidiose ed antiestetiche ondulazioni. Se si desidera ottenere una superficie speculare bisogna dedicare molte ore a questo lavoro, munirsi di una buona maschera filtrante, alcuni lunghi tamponi, tanta pazienza e traguardare continuamente contro luce le superfici per verificare la bontà del lavoro. La verniciatura non perdona evidenziando ogni più piccola asperità. Ho applicato poi su tutte le superfici lignee diverse mani di turapori intervallandole con delicate e calibrate cartavetrature.

L’ala è composta da quattro pezzi. Per tenerli in sede ho utilizzato l’aggancio automatico a scatto denominato “Multilock System” commercializzato dalla tedesca Multiplex. Sistema che offre una sufficiente capacità di ritenzione degli elementi ed elimina antiestetici ammennicoli.

Uno dei lavori più complessi è stato indubbiamente quello di calettare e ancorare in maniera
adeguata l’ala alla fusoliera. L’imponente apertura alare mi costrinse a dei veri e propri
contorsionismi non disponendo di un idoneo locale. Baionetta libera o vincolata all’interno della fusoliera? La mia parte razionale propendeva per la baionetta flottante (soluzione adottata anche negli alianti 1:1) ma prese sopravvento un retaggio psicologico e optai per la baionetta vincolata.

Non potendo traguardare da lontano il modello per verificare la simmetria d’ogni sua parte, utilizzai una semplice ed efficiente bolla ad acqua realizzata con un lungo spezzone di tubo di plastica trasparente con all’interno dell’acqua colorata. Semplice ed efficace.

Gli alettoni sono comandanti da servocomandi d’adeguata potenza mentre le parti mobili del timone orizzontale, sono comandate da due attuatori meccanici. Detti dispositivi sono fissati direttamente all’interno della superficie fissa dello stabilizzatore e collegati a due canali separati della ricevente per ragioni di sicurezza. La parte mobile
dell’impennaggio verticale, a sua volta, è comandata con la classica tiranteria pull – pull con il servomeccanismo ancorato su di una spalla del carrello retrattile.

Ogni servo è collegato alla ricevente per mezzo di una lunga prolunga e, per evitare possibili
interferenze, ho installato dei “buffer” detti anche rigeneratori di segnale (vds. Modellismo n°37 pag.49). Il modello, visto le dimensioni, può volare anche a 800 - 900 ml di distanza dal punto di pilotaggio e pertanto meglio ridurre i rischi. Alla radice d’ogni semiala e alla base dello stabilizzatore orizzontale, per permettere le connessioni elettriche, ho fissato delle spine multipolari tipo SCSI da computer. Semplici, pulite ed efficaci.

Sulla sommità della parte fissa del direzionale ho installato un tubo di Venturi (perfettamente funzionate) necessario per il funzionamento di un variometro ad energia totale compensata.

Questo strumento fornisce durante il volo, per mezzo di un segnale acustico inviato via radio, i dati rilevati nonché lo stato di carica degli accumulatori di bordo. Inoltre, tramite una particolare antenna, da installare nel ricevitore, è possibile individuare il modello nella denegata ipotesi in cui dovesse “atterrare” al di fuori della portata visiva. Certo questi dispositivi a nulla valgono se a monte non vi è l’idonea sensibilità e razionalità nella lettura dei dati ma quando, in pendio, ci si trova bassi rispetto al proprio orizzonte………. possono fornire qualche utile suggerimento!
L’impianto radio è alimentato da due pacchi batterie da 1700 mah composto ciascuno da cinque
elementi. Per la gestione del tutto potete acquistare quei dispositivi che si trovano in commercio oppure potete costruirvene uno così come Mario Marzocchi suggerisce nel suo sito Web cui rimando.

In punta ho fissato, per il traino, il sistema di sgancio ad uncino prodotto e commercializzato dalla ditta Jonathan di Moricone. E’ d’obbligo, per l’azionamento dello stesso, utilizzare un maxi servo, per essere certi di un sicuro e rapido sgancio anche nelle più difficili situazioni. Detto servomeccanismo è alloggiato all’interno della punta del modello e vista l’indubbia difficoltà per accedervi, ho creato un sistema a slitta per estrarlo.

In prossimità della punta ho altresì installato un tubo d’ottone inclinato di circa 45° rispetto alla mezzeria della fusoliera (diametro interno 8 mm) per permettere l’uso di una fionda in pendio. Il tutto è stato ancorato ad una semi ordinata in compensato marino multi strato che irrobustisce anche la parte anteriore della fusoliera e vincola adeguatamente i pacchi batteria. Se volete avere un’idea su come costruire il tutto, visitate il sito dell’amico Marco Fedon.
Troverete delle esaustive fotografie nonché l’indicazione per giungere alla nostra pista in quel di Nervesa (TV).

Prendendo spunto da un recente articolo pubblicato sulla rivista inglese Q.F.I. (Q.F.I. n°40 pag.14), ho costruito e installato gli sportelli del carrello retrattile così come suggerito. Grazie a quest’idea ho finalmente risolto con soddisfazione il mio rapporto conflittuale con questi particolari. E’ d’obbligo montare un carrello molleggiato visto le consistenti masse in gioco. Ho trovato e acquistato un carrello prodotto dal ceco Gerasis con due ammortizzatori molto leggero ed efficace.

Previa creazione di un’idoneo stampo, ho realizzato in tessuto di carbonio un para spruzzi e un para colpi per la ruota. La protezione della ruota (un semplice anello) facilita anche l’apertura - chiusura degli sportelli del retrattile. Un semplice elastico agevola la ritrazione.
La costruzione degli interni è stata, a dir poco, laboriosa. In particolare modo l’ideazione e la realizzazione del sistema di cerniere che permettono l’apertura dell’enorme capottina come nell’originale. Detti vincoli sono stati ricavati da una lastra d’ottone. Due piccoli magneti sull’opposto lato garantiscono l’indispensabile ritegno. I simulacri dei piloti sono dell’inglese AH Designs Ltd.

Certi particolari quali, ad esempio, le cloche, sono stati ottenuti per mezzo di uno stampo in
gomma siliconica. I sedili sono stampati in fiberglass previa creazione dello stampo.
Per la verniciatura è inutile che vi tedi con un lungo sproloquio. Vi consiglio la lettura dell’ottimo, chiaro ed esauriente articolo scritto da Gianni Vetrini su queste pagine (Modellismo n°39 pag. 38).
Consiglio però di rivestire l’intera struttura, prima di procedere all’applicazione del fondo, con tessuto in fibra di vetro da circa 30 gr/dmq. Ciò è necessario per creare un fondo sufficientemente duro e per evitare indesiderati ed inevitabili “movimenti” del legno di copertura.

Vetrini giustamente evidenzia come un’oculata verniciatura non comporta un aggravio di peso così rilevante come da molti erroneamente supposto. Tuttavia (se volete risparmiare molto tempo, puzze varie, terribili polveroni nocivi alla salute e le ire dei vicini di casa come nel mio caso) potete optare anche per l’Orastick o l’Oracover. Il risultato sarà buono. Anche in caso però, pena un risultato inaccettabile, le superfici dovranno essere accuratamente preparate e pulite.



Marco Fedon ha fornito le ottime decals perfettamente in scala che forniscono un’ottima visione d’insieme.

Per il resto solo tempo (circa 600 ore senza contare il tempo necessario per la realizzazione del kit di base), passione e tanta pazienza.

Pasqua 2000. Nervesa Della Battaglia (TV)

1200 ml di pista eliminano qualche remora nel caso in cui, per qualsiasi motivo, il decollo debba essere abortito. Dimenticavo: per trainare un aliante di questa mole è necessario un trainatore adeguato. Un motore 3W 70i cc, adeguatamente installato e “pipato”, un rapporto peso/potenza a dir poco esagerato (grazie anche al basso carico alare), infondono fiducia. Il “Mega Patchwork” (così lo chiamo in quanto è la fotocopia ingrandita del Patchwork ( Modellismo n°37) di Mauro Capodaglio) da 3,00 ml d’apertura alare, è il risultato di una sinergia progettuale di Mario Amato e del predetto Mauro. Il certosino assemblaggio è opera del solo Amato. Ma questa è un’altra storia che affronterò prossimamente. Il convoglio è pronto, le gambe tremano e mi sto letteralmente “ volando addosso”, ma comunque impartisco il via. Tutto fila liscio, in pochi metri il modello si stacca dal suolo, raggiungo circa 600 ml di quota e sgancio. Il modello è leggermente picchiato. Correggo di conseguenza e inizio a rilassarmi. Fantastico. Vedo in lontananza delle poiane termicare. Le segue e mi accodo a loro. Inizio a spiralare e guadagno lentamente quota. Si sente in lontananza solo un flebile sibilo. Null’altro. Il morale è alle stelle. E’ indescrivibile l’armonia e la plasticità del volo con un modello di queste dimensioni. Dopo circa 10 minuti decido d’atterrare. Imposto l’atterraggio, estraggo la ruota, aziono gli aerofreni e Il “Duo” si adagia lentamente al suolo. Esausto mi sdraio a terra circondato dalle persone presenti. Il tempo, le difficoltà, la fatica e il denaro speso sono oramai lontano ricordo. Passa lungo asse pista il triplano Fokker DR1 full size dell’impareggiabile Giancarlo Zanardo. Un battito d’ali per salutare il nuovo arrivato.

Enry Altoè

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